La malattia come risorsa
Mi accade spesso, ancora oggi, specialmente quando resto da solo, a fine giornata, mentre mi godo qualche momento di relax, con la musica che amo in sottofondo, che i pensieri mi riportino al lungo periodo della mia malattia. La mente sa volare da sola, non chiede il permesso, vola e plana sui ricordi, ne mette a fuoco anche dettagli, nitidi, capaci ancora di suscitare brividi…
Inerpicandomi in un labirinto di pensieri e sensazioni, rivivo la fatica di quella battaglia, fra la resistenza fisica che era messa a durissima prova e l’amore per la vita e per i miei cari, che mi sosteneva. Mi ripetevo: «Ce la farò, ce la devo fare».
Ma c’è un punto fondamentale di quel periodo che voglio raccontarvi, perché ha cambiato profondamente me stesso ed il mio rapporto con il mondo. Se la malattia mi ha colpito duramente, e debilitato la mia fisicità, nel contempo io le sono debitore perché ha fatto crescere ed ha rafforzato la mia dimensione spirituale. C’è un aspetto della sofferenza che forse sfugge ai più, ma non a chi ha patito il fuoco del dolore nel suo corpo ed ha letto con mente ancora lucida, le parole “prognosi riservata”. Un aspetto, un risvolto “stranamente benefico”, nell’oceano di dolore e confusione in cui galleggi quando stai male per davvero. C’è un pensiero vero e profondo di Lev Tolstoj che afferma: «Se provi dolore sei vivo, se senti il dolore degli altri sei umano».
Partendo da qui, vorrei spiegarvi la mia esperienza personale a riguardo. La malattia è stata, per me, la chiave per aprire un’altra porta. Una porta estrema, di cui conoscevo l’esistenza, ma della quale non avevo ancora varcato davvero la soglia. Dietro quella porta, ho trovato il dolore degli altri e l’ho contemplato. Dietro quella porta, ho visto il vuoto di chi vive in solitudine o si è trovato a soffrire a causa di terzi.
Il dolore era dentro, e grazie al mio dolore ho imparato a “sentire” quello degli altri.
È stato come se, a quel punto, la mia coscienza si fosse elevata, scavalcando il perimetro del mio “io”. Spalancando quella porta e guardando oltre, con gli occhi del cuore. Perché è proprio vero ciò che recita una celebre frase del romanzo “Il Piccolo Principe”: «L’Essenziale è invisibile agli occhi, puoi vederlo solo con il cuore».
Sono sempre stato, fin da bambino, molto attento alle persone, alle creature che mi circondano, il tentativo di permettere a tutti di stare bene, di aiutare chiunque e dovunque, di evitare sofferenze e se possibile dare felicità e comprensione, sono caratteristiche che mi appartengono dalla nascita, sono nel mio germoglio.
Ma nella malattia, la mia umanità è ulteriormente maturata, l’attenzione verso gli altri ha assunto un nuovo livello di profondità e conoscenza.
In quel tempo interminabile, in cui restavo da solo contando di giorno i centimetri del soffitto e di notte tutti i minuti di tutte le ore, sapendo che fuori le mura dell’ospedale la vita fluiva veloce, scorreva nell’assoluta normalità che a me era negata, ricordo che pensavo spesso a chi trascorre la vita in solitudine e sofferenza.
Ed ho colto con una nitidezza, donatami da quella esperienza, il vero peso e lo sgomento del dolore e della solitudine
Tutto questo mi ha segnato per sempre. Il mio spirito si è arricchito.
La mia capacità di comprendere, di porgere aiuto, di amare, hanno acquisito una maggiore consapevolezza.
E questa dimensione della mia esistenza, guida le mie scelte e le mie azioni, tenendo saldamente il timone della mia vita.
Vita che assaporo con gioia, in ogni particolare, anche il più semplice; guardando il mondo e le sue meraviglie con gli occhi di sempre, ma anche con una conoscenza nuova.
Dopo tanta immobilità forzata, ho ripreso anche a viaggiare: visito i luoghi con la voglia di scoprirli fino in fondo, per coglierne l’essenza più profonda. L’ho sempre fatto, ma ora ho “un’arma” in più, sento e vedo tutto di più e meglio. Più nitido. Più in profondità.
Ma su questo, magari, ci soffermeremo in un secondo momento.